Cari lettori,
oggi parliamo di La casa turca di Açelya Yönaç.
Recensione
Un testo che mi ha colpito molto, tornare nel luogo in cui si appartiene, la terra in cui si è nati, ma non riconoscere quel posto, vederlo cambiato e sentire di non farne parte.
Asena è stata lontana dalla sua Istanbul più di vent'anni, ne fa ritorno per ricevere un premio letterario e nel libro si usa l'espediente narrativo dell'intervista, per descrivere due mondi completamente differenti, due facce della Turchia odierna molto diverse.
Azra la giornalista che intervista Asena è un volto televisivo molto noto, non è sposata, è velata, è ricca ma vive in un mondo in cui la figura maschile conta di più di quella femminile. In casa la sua realtà è molto diversa, si comporta come ci si aspetta da lei, fa sentire la sua voce solo al lavoro.
Possono due donne così diverse incontrarsi e convivere nello stesso posto? Istanbul è una città divisa tra Europa e Asia, tra modernità e tradizione. Queste due identità che caratterizzano questa città non prevalgono una sull'altra, ma rendono unico questo luogo che da anni affascina moltissime persone.
Per tutti i migranti i ricordi sono un'arma a doppio taglio, danno una falsa visione della realtà perché riportano a un luogo che non esiste più, che inevitabilmente cambia e si evolve. I ricordi ingannano e si pensa che il tempo non porti nessun cambiamento e quando invece si capisce che le cose sono diverse, allora si fatica a riconoscersi e a sentirsi parte di quel luogo che prima chiamavano casa.
Sia Asena che Azra si sentono giudicate per le loro scelte, la giornalista in più occasioni fa capire come la scrittrice non appartenga più alla cultura turca, perché non conosce più il luogo in cui era vissuta un tempo.
Vivere in un posto con culture differenti non è facile da comprendere, penso che ci si senta sempre inadeguati e spaesati nell'aver scelto un modello culturale rispetto ad un altro, perché alla fine il passato è importante per le proprie origini ma si deve guardare in avanti.
Il Bosforo, il mare, il nostro caro deniz, unico luogo in cui rimane identico a se stesso, un posto che consola, che ricorda e che non giudica.
L'autrice è turca ma scrive in italiano e riesce a trasmettere molto bene cosa si prova a lasciare la propria casa e quando vi si fa ritorno, si prova da una parte felicità ma dall'altra paura per quello che non si conosce, perché ci si sente fuori luogo.
Trovo una scelta davvero particolare, quella di scegliere un'altra lingua rispetto alla propria turca per scrivere un romanzo, ma come ha spiegato l'autrice: l'italiano ha reso questa storia più universale, si è sentita capita per cui non possiamo che farle i complimenti.
Secondo me ci sta bene questa citazione:
Güzel bir anı gelecekte yeniden yaşamayı güvence altınaalarak elde edilen mütevazı bir sonsuzluk duygusu...
"Un modesto senso di eternità ottenuto assicurando che un bel ricordo venga vissuto di nuovo nel
futuro..."
("Nar Ağacı" di Nazan Bekiroğlu).
***
Trama:
A guardarla dall’alto, Istanbul, che un tempo era casa sua, sembra intrappolata in una muraglia di grattacieli – il lungomare sul Bosforo ha cambiato volto. Sono venticinque anni che Asena Bulut non torna, e non è sicura di che cosa troverà una volta scesa dall’aereo. In mano ha due passaporti, le sue due vite, il passato nella casa del melocotogno e il presente da affermata scrittrice occidentale. Sul cuore ha il peso di un’assenza, quella di suo fratello, giornalista attivista di cui nessuno ha più notizie dal suo ritorno in Turchia. È un maggio anomalo, quello, sotto una coltre di neve e invaso dai gatti neri, e Asena si scopre straniera nella città dove ha aperto per la prima volta gli occhi, non solo per gli abiti che porta. Non può confessare a nessuno che il vero motivo del suo viaggio non è ritirare quel premio letterario, giunto come una sorpresa e diventato poi pretesto. Ad attenderla per un’intervista c’è Azra, una giornalista col capo coperto, stessa età stessa lingua, a un mondo di distanza da lei. Ad attendere Asena ci sono anche le strade di Istanbul, in cui perdersi per cercare un’identità che le scivola tra le dita, per ricucire lo strappo delle due vite e affrontare a viso aperto i suoi fantasmi. In questo esordio struggente e poetico, Açelya Yönaç celebra la sua terra d’origine dalle molte anime, opposte ma vicine come le sponde del Bosforo, il guado dove secondo la leggenda vanno a infrangersi i sogni.


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