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Il mio vero nome è Elisabeth di Adèle Yon

 Cari lettori, 

oggi parliamo del libro Il mio vero nome è Elisabeth di Adèle Yon, pubblicato dalla Neri Pozza.






Recensione


Pensavo di salvarmi dalla cecità famigliare attraverso al ricerca.


Un libro che scava nel profondo di una famiglia e della tragedia silenziosa che l'ha colpita.

E' il silenzio l'unico elemento che accomuna tutti i parenti della narratrice, questa omertà che dura da anni sulla storia della bisnonna Betsy e sulla sua malattia mentale. 

La ricerca dell'autrice parte da alcune pagine di diario, dalle lettere, dalle testimonianze, dai fascicoli medici, non tralascia nulla per scoprire la verità su quello che aveva la sua bisnonna.

Il libro inizia in maniera molto cruda e diretta, ci catapulta in una realtà difficile da accettare, e poi la scoperta di una cosa ancora più terrificante,  molte donne venivano definite pazze solo perché non si conformavano alla società e a quello che si aspettavano da una donna.

Betsy venne curata in una clinica e le venne praticata anche la lobotomia prefrontale, un metodo discutibile e disumano di psicochirurgia che veniva utilizzato per la schizofrenia, per la depressione e per il disturbo bipolare. Dopo questo trattamento la persona non era guarita, anzi, non sarebbe più stata la stessa di prima.

Da questo libro esce la ricostruzione della vita di Betsy una donna normale, come noi, ma vissuta nell'epoca sbagliata, non era una donna docile, forse non voleva diventare madre, magari voleva studiare o lavorare e invece è stata rinchiusa e lasciata a un destino terribile.

L'ultima parte è stata davvero terrificante, mi sono chiesta se fossimo vissute 80 anni fa se ci sarebbe successa la stessa cosa.


[...] schiacciata dai documenti pieno di silenzio.


La ricerca e l'indagine che conduce la narratrice non è affatto facile, questo silenzio che accompagna la sua famiglia è come se fosse una sorta di vergogna, di macchia, questa bisnonna non doveva essere ricordata ma dimenticata e con questo libro invece la sua storia avrà giustizia.

L'inizio del libro mi ha colpito moltissimo, poi bisogna dare un po' di tempo al libro perché lo stile di narrazione cambia, i capitoli sono brevi e l'autrice descrive quello che scopre, a volte riporta delle lettere o delle pagine di diario e altre volte invece ci sono delle interviste con parenti o persone che possano aiutarla nella sua indagine. La lettura risulta scorrevole e lo stile molto curato  e anche le riflessioni sono interessante a volte le ho trovate un po' ridondanti. 

I documenti che trova l'autrice sono parziali, i racconti sono fragili e frammentati e cambiano con le persone che raccontano la propria versione dei fatti e non sapremo mai fino in fondo quello che è successo  a Betsy. La verità era che non aveva una malattia mentale, ma era stato il marito a spingerla a entrare in clinica perché evidentemente non era quello che si aspettava da lei.

La vita di una donna che è stata distrutta dall'ignoranza degli uomini, dalla loro codardia, dai pregiudizi, non solo Betsy ha avuto questo destino ma molte altre persone.

Libro come questi vanno letti e consigliati, non perché sia un tema nuovo, sappiamo che succedeva, ma perché è sempre bene ricordare e non dimenticare la vita di queste donne.



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